Venezia Verde

ambiente e diritti
05
Ago

Una galassia criminale che cresce nel ricco nord

La banda giovanile modenese, i cui membri sono stati arrestati ieri, accusati di aver provocato la strage nella discoteca di Corinaldo, lo scorso 8 dicembre, non rappresenta un caso isolato né a Modena né in Italia. La sua vicenda, anzi, rappresenta l’ennesima conferma del radicamento e della diffusione di un fenomeno a lungo sottovalutato e quindi affrontato, quando si è manifestato con ineludibile evidenza, con strumenti del tutto inadeguati.
Bande giovanili ci sono sempre state, ovviamente, dappertutto. Non è passato anno senza che non se ne sia documentata la presenza. Con particolare intensità, però, se ne sono registrate particolari gesta da circa un decennio in qua, almeno, in tutta Italia, comprese le realtà di provincia, comprese le aree di più diffuso benessere (come, appunto, Modena, o il nordest e il centro nord del paese). Non esattamente, cioè, i luoghi di “Gomorra” e della “Paranza dei bambini” o di “Bacio feroce”, per citare, oltre al celebre reportage, i due romanzi di Saviano che hanno con più forza raccontato il fenomeno nel napoletano. Una realtà, quest’ultima, che a volte ha ispirato le bande di altrove quanto a linguaggi e a stilemi di cui si sono appropriate. Non certo, come qualcuno ha detto, essendone all’origine, per emulazione. All’origine vi sono sempre percorsi locali, vicende individuali che si intrecciano, responsabilità del microcosmo e dei contesti istituzionali coinvolti, e, certo, una qualche aria, un certo spirito del tempo che soffia ovunque, a Napoli come a Modena e altrove.
Quelle di cui stiamo parlando, di cui da tempo segnalano con preoccupazione la presenza i più attenti osservatori (tra i quali molti operatori sociali ed educatori sul campo, nella scuola o sul territorio), hanno alcune caratteristiche peculiari, ben presenti anche nella banda arrestata ieri. Si tratta di giovani e giovanissimi, ovviamente, spesso minorenni, che reiterano senza troppi problemi reati che vanno dagli atti di bullismo e prepotenza contro coetanei, ma anche contro altri soggetti deboli o ritenuti tali (donne, anziani, disabili, immigrati – a volte con connotazioni razziste ma non necessariamente, vista la composizione spesso mista, dal punto di vista etnico, delle bande medesime) fino a forme di organizzazione criminale più strutturate, spesso nei ranghi inferiori delle reti di spaccio (pusher di strada, vedette, corrieri intermedi), alternate o in combinazione, nei più grandi d’età, con più tradizionali attività criminali, come le rapine e i furti, estorsioni o richieste di pizzo.
Cruciale resta il coinvolgimento nelle reti di spaccio. E’ ancora una volta il traffico di droga, nell’epoca del proibizionismo e della diffusa ricerca di sballo o di eccitazione o, all’opposto, di sedazione, di difesa dal dolore interiore o “sociale” – oltre che il consumo, che a volte esaspera o fa esplodere i comportamenti – è ancora questa esperienza, che nei casi in questione diventa anche esperienza strutturata, gerarchica, a rivelarsi centrale in molti percorsi soggettivi e condivisi. Quasi sempre, accompagnando l’attività specificamente criminale con un’esperienza di gruppo che si nutre di amicizie, forme di lealtà di strada e di banda, condivisione di simboli e subculture (in alcune realtà, a base etnica, come nelle bande soprattutto di origini sudamericane, ancora circoscritte però a precisi ambiti metropolitani, come nel milanese).
Quest’ultimo aspetto è fondamentale, se si vuol capire il fenomeno e provare ad affrontarlo finalmente con una strategia articolata. Ciò che davvero sta all’origine del diffondersi e proliferare delle bande giovanili è il drammatico disinvestimento nelle istituzioni formative registratosi degli ultimi quindici anni in particolare. Si è tagliato sulla scuola, soprattutto sulle forme cosiddette accessorie, insegnanti di sostegno, educatori, mediatori, figure in realtà indispensabili anche all’insegnamento vero e proprio oltre che alla prevenzione di forme di disagio, di difficoltà o anche alla coltivazione di un protagonismo positivo, da promuovere e gestire (la gran parte dei membri della bande non va a scuola, non fa sport, non partecipa ad altre attività associative). Si è tagliato ancor più sugli strumenti di intervento territoriale. Nella feroce guerra che lo stato centrale ha scatenato contro gli enti locali a partire dai primi anni Duemila, tagliando trasferimenti, imponendo la logica efferata del patto di stabilità (un vero e proprio strumento di tortura soprattutto per i comuni), si è colpita la possibilità di agire sul piano sociale ed educativo nei territori, minando la capacità di azione in questo campo delle amministrazioni comunali e delle stesse Ulss (costrette a logiche aziendalistiche senza visione sociale).
Molti operatori, educatori, amministratori e studiosi hanno inutilmente lanciato ripetuti allarmi, nell’ultimo decennio, su cosa andava accadendo, su come si stessero abbandonando a loro stessi i più giovani, fin dall’infanzia, e anche le loro famiglie, di fronte alle difficoltà esasperate dalla crisi in atto, che destrutturava reti sociali e soggettività e, per effetto di queste politiche, riduceva drasticamente le risorse e gli strumenti istituzionali, soprattutto quelli orientati alla mediazione, all’incontro e al lavoro insieme con i soggetti in difficoltà potenziali o palesi. Sul campo, così, sono rimaste quasi solo magistratura e polizia a “incontrare” questi soggetti (mentre cresceva il modello “legge e ordine”, iniquo e velleitario insieme). Con evidente distorsione del rapporto, e anche con difficoltà di intervenire, data la minore età dei soggetti. Nel vuoto di altri interventi, così, si è presentata come accogliente e strutturante l’esperienza della “banda” (semplicisticamente troppo spesso etichettata come “baby gang”, un’etichetta che a sua volta è un aspetto del problema, con il portato mitizzante che contiene e con la distorsione della realtà specifica che implica: non sempre questi gruppi sono “gang” e vanno “incontrati” diversamente dai veri gruppi criminali).
Abbandonare l’intervento sociale ed educativo significa abbandonare le persone in carne e ossa, e nel loro destino, nel destino di queste ragazze e ragazzi, e in quello delle loro vittime, si può specchiare la politica di questo nostro tempo.

Tratto da Il Manifesto del 4/8/2019

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