Verso l’apartheid climatico: 50 anni di lotta alla povertà a rischio

di Lara Ricci – Per l’umanità è un’emergenza senza precedenti eppure chi dovrebbe tutelare i diritti umani, salvo poche eccezioni, è stato a dir poco compiacente con i governi e gli organismi internazionali che hanno adottato strategie del tutto inadeguate alla proporzione della sfida. Si va verso un apartheid climatico, le democrazie sono a rischio e così i progressi fatti negli ultimi 50 anni di lotta alla povertà: è durissimo il rapporto presentato al Consiglio dei diritti umani, in una Ginevra insolitamente rovente, da Philip Alston, l’inviato speciale dell’Onu per l’estrema povertà e diritti umani. «Non ci poteva essere momento più appropriato per presentare questi dati – ha commentato -: con la Svizzera che sta battendo tutti i record di temperatura, la Spagna che brucia a causa dell’incendio più esteso degli ultimi vent’anni, la Francia con quattro dipartimenti in allerta rossa per il caldo». E che, poco dopo aver pronunciato queste parole, nel comune di Gallargues-le-Montueux, in Occitania, registrava un picco di 45.9° C , il record di tutti i tempi per l’Hexagone. «Lo scorso anno sono state 17,2milioni le persone sfollate a causa dei disastri naturali, riconducibili per lo più al riscaldamento climatico» gli ha fatto eco la sua collega Cecilia Jimenez, inviata speciale dell’Onu per gli sfollati interni. È il doppio delle persone che migrano a causa di conflitti. Quello che William Nordhaus, nell’accettare il premio Nobel per l’economia 2018, ha definito «il colosso che minaccia il mondo», «la più grande sfida di sempre per l’economia» e che un altro Nobel, Joseph Stiglitz, ha chiamato «la Terza guerra mondiale» ha bisogno di essere affrontato da chi deve proteggere i diritti umani con un approccio creativo, decisamente più imponente, dettagliato e coordinato di quanto è stato fatto finora, si legge nel Rapporto. Bisogna disaccoppiare gli investimenti per la crescita economica da quelli che producono emissioni fossili e va fatto in modo da proteggere i lavoratori, creando opportunità di lavoro. «I nostri figli non avranno affatto le opportunità e lo stile di vita di cui abbiamo goduto noi», ha affermato l’inviato speciale dell’Onu. Democrazie a rischio Il cambiamento climatico avrà conseguenze devastanti per i poveri. «Chi ha meno responsabilità subirà più danni» ha detto Alston che, incaricato dall’Onu di capire come ridurre la povertà si è reso conto che c’era un terribile nemico finora sottovalutato: il cambiamento climatico, e ha dedicato la gran parte del suo lavoro a cercare di quantificarne l’impatto. Anche nel migliore scenario, infatti, centinaia di milioni di persone patiranno la fame, saranno costrette a migrare, saranno alla mercé di malattie e morte, spiega il Rapporto. Nei prossimi dieci anni più di 120 milioni di persone saranno scaraventate nella miseria. «I progressi fatti negli ultimi 50 anni per quel che concerne la riduzione della povertà, la salute e lo sviluppo globale saranno annullati», ha spiegato l’esperto indipendente dell’Onu, secondo cui il 75-80% degli effetti avversi del cambiamento climatico colpirà i Paesi più poveri, quelli che non hanno uno stato sociale in grado di ammortizzarne l’impatto. Colpirà in particolare i diritti umani per quel che concerne il diritto a sopravvivere, ad avere cibo a disposizione, acqua, abitazioni. Il Rapporto sottolinea che la metà più povera della popolazione mondiale è responsabile solo del 10% delle emissioni di biossido di carbonio mentre il 10% più ricco è responsabile della metà delle emissioni. Che una persona tra l’1%delle più ricche emette 175 volte più biossido di carbonio di una nel 10% più povero. «Il cambiamento climatico sarà soprattutto un problema dei poveri» ha detto amaramente l’australiano Alston, sottolineando come le disuguaglianze aumenteranno, anche nei Paesi ricchi dove la classe media soffrirà sempre di più. Se gli Stati non prenderanno misure adeguate rapidamente finiranno per approvare “soluzioni” di emergenza che saranno violazioni dei diritti umani, come del resto sta già accadendo. «I governi avranno sempre più problemi a gestire le conseguenze del riscaldamento globale e a persuadere i loro cittadini ad accettare le imponenti trasformazioni sociali ed economiche richieste. In condizioni di questo tipo i diritti civili e politici diventeranno assai vulnerabili», ha affermato l’inviato speciale. Gli effetti sulla vita delle persone Gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi dei tempi moderni e la consumazione di energia del mondo è prevista aumentare del 28% tra il 2015 e il 2040. Le conseguenze saranno temperature record, scioglimento dei ghiacci perenni, devastanti incendi, alluvioni ripetute e protratte, oltre che uragani più frequenti, si legge nel Rapporto. Solo la siccità provocherà la malnutrizione di milioni di persone, e molte altre dovranno scegliere se patire la fame o migrare. Le temperature marine in aumento danneggeranno gli ecosistemi che nutrono la fauna ittica di cui si cibano milioni di persone. Anche se fosse rispettato l’accordo di Parigi del 2015 che prevede di assicurare che non ci sia una crescita della temperatura media di più di due gradi entro il 2100 gli effetti saranno comunque catastrofici per molti uomini. La Banca mondiale prevede infatti che 100-400 milioni di persone in più rispetto a oggi patiranno la fame, 1-2 miliardi di persone in più rispetto ad oggi non avranno abbastanza acqua, ed entro il 2080 andrà perduto il 30% dei raccolti, anche se verranno messe in atto misure per ridurre l’impatto. Tra il 2030 e il 2050, il riscaldamento climatico provocherà 250mila morti in più per fame, malaria, diarrea, stress termico. Se almeno si riuscisse a stare sotto gli 1.5°C rispetto ai livelli preindustriali si potrebbe ridurre di 457 milioni di persone il numero di uomini vulnerabili al cambiamento climatico, 10 milioni di persone in meno sarebbero esposte al rischio dell’aumento del livello degli oceani, si dimezzerebbe la popolazione in pericolo per la siccità e ci sarebbero 190 milioni di morti premature in meno durante il secolo. Il limite di 1,5 C° si può raggiungere, ma è necessario cambiare il nostro modo di vivere e intraprendere ambiziosi programmi di riduzione delle emissioni. E anche così 500 milioni di persone saranno vulnerabili alla siccità, 36 milioni di persone vedranno i raccolti ridursi e 4,5 miliardi di persone saranno esposte alle ondate di calore. Le azioni da intraprendere «Gli Stati hanno ignorato gli allarmi degli scienziati, e quel che un tempo era considerato un aumento di temperatura catastrofico è diventato il miglior scenario possibile» ha detto Alston, osservando che questo atteggiamento non è cambiato: le nazioni non riescono a mantenere gli inadeguati impegni presi e continuano a finanziare i produttori di combustibili fossili con 5,3 triliardi di dollari l’anno. «Andare avanti così è la ricetta per una catastrofe economica. La prosperità economica, il diritto a un lavoro decente e la sostenibilità ambientale sono assolutamente compatibili, si legge nel rapporto. Per fermare il riscaldamento della Terra bisogna modificare il modo in cui gli Stati hanno tradizionalmente cercato di assicurarsi la prosperità, disaccoppiare queste azioni da quelle che impiegano combustibili fossili e che producono rifiuti. Bisogna cioè cambiare il modo in cui sono assegnati gli incentivi, stabiliti i prezzi, le norme e l’allocazione delle risorse in modo da sfavorire le attività non sostenibili facendogli assumere i costi che hanno per l’ambiente. E questo in tutti i settori: l’energia, i trasporti, l’agricoltura, la manifattura, le costruzioni. Studi scientifici hanno mostrato che è possibile affidarsi all’energia eolica, idroelettrica, e solare per tutti i nuovi progetti da qui al 2030 e che è possibile pianificare la transizione a un mondo alimentato solamente con energie rinnovabili nel 2050. Il tutto con le tecnologie che abbiamo già a disposizione, che hanno costi del tutto simili a quelle che impiegano i combustibili fossili. Politiche fiscali e carbon pricing possono incentivare l’utilizzo di fonti pulite e la riduzione delle emissioni, possono generare introiti con cui alimentare la protezione sociale e la riduzione della povertà, oltre che la creazione di lavori “verdi”. La Banca mondiale non vede alcun motivo per cui il passaggio a un’economia verde possa ridurre la crescita economica. Non solo, ci sono prove convincenti che riducendo le emissioni si possa mitigare il danno economico causato dal cambiamento climatico di trilioni di dollari. Per non parlare del danno sociale. Alcune ricerche citate nel Rapporto hanno mostrato che i benefici sulla salute e sull’agricoltura della riduzione dell’inquinamento da sole possono equivalere ai costi della mitigazione del cambiamento climatico, almeno fino al 2030. Ventitrè Paesi hanno già disancorato la loro crescita dalle emissioni attraverso l’uso di energie rinnovabili, carbon pricing, e sussidi alle attività ecologiche e le loro economie stanno crescendo di più del loro utilizzo di risorse e delle loro emissioni. In media sono riuscite a ridurre la loro povertà più rapidamente degli altri Paesi. Le barriere- si legge nel Rapporto – sono sociali e politiche, non tecnologiche o economiche. Tratto da Il Sole 24 Ore

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